Disabilità e servizi pubblici. Dov’è la barriera?

discrimin evento ledha[Marco Simone*]

Pubblichiamo il contributo di Marco Simeone che descrive la scollatura tra il mondo del terzo settore e le istituzioni. Ad oggi si parla sempre più spesso di disabilità, ma sempre confinandola in contesti di assistenza. Manca l’idea che la disabilità riguardi tutti, e questo è confermato dal fatto che nei canali comunicativi che parlano dell’uomo e dei suoi costumi la disabilità sia sempre esclusa. Raramente si trova un disabile in una pubblicità, ad esempio, perché l’immagine che viene portata avanti è quella di super uomo. Come facciamo ad integrare il disabile se poi nel nostro immaginario quest’ultimo non c’è? (Redazione)

Alla ricerca di una cultura dell’integrazione. Terminato il ciclo di seminari formativi intitolato “La qualità dell’accoglienza turistica: l’accoglienza di qualità e l’eccellenza dei servizi”, promosso da FIABA (Onlus che promuove l’abbattimento delle barriere architettoniche, psicologiche, culturali e sensoriali), la sensazione è quella di trovarsi con un piede nella visione programmatica di un futuro che garantisca la fruizione dell’ ambiente costruito a tutti, e con un altro imbrigliato in un sistema sociale resistente al cambiamento.  Molti sono i fattori che sostanziano questo “freno alle libertà, nella disabilità”: a seconda dell’ottica nella quale ci si vuole porre, che sia legislativa oppure burocratica od organizzativa, numerose sono le omissioni che sinora hanno limitato la mobilità del disabile. Inoltre, il confronto che c’è stato tra associazioni nel terzo settore ed istituzioni nel corso degli anni, riguardante in gran parte la richiesta di servizi e di possibilità per usufruire di un ambiente vivibile, è rimasto spesso imbrigliato nelle maglie della burocrazia e delle promesse mancate, andando ad acuire la dialettica “Noi-Voi”, tra disabili ed “abili”.

Tutto ciò ha lasciato orfana la questione di una necessaria cornice culturale, quella che concerne la formazione di un pensiero più evolutivo ed olistico a riguardo, che ad esempio incoraggi l’integrazione della disabilità nell’immagine che abbiamo di noi esseri umani. Concepire la “Disabilità come possibilità nella vita”, prima o poi, è un’idea di integrazione abbastanza realistica, e per certi versi scontata perché, a pensarci bene, si può diventare disabile da un momento all’altro; lo si può essere per un periodo della vita e sicuramente nell’età senile lo saremo tutti, e quindi progettare un ambiente a misura di disabile vuol dire progettarlo a misura di uomo.

Quello che lascia disorientati, è che talune prospettive porterebbero anche ad un risparmio delle risorse economiche e delle energie impiegate, ma nonostante ciò, non vengono considerate nella logica programmatica e costruttiva. E’ stato proprio il Presidente di Fiaba, Giuseppe Trieste, a mettere in evidenza le “incongruenze” inspiegabili tra logica progettuale ed accoglienza delle necessità, facendo notare come, ad esempio, nella costruzione di servizi igienici pubblici venga portata avanti una rigida compartimentazione uomo/donna/disabile; una suddivisione dispendiosa in termini di risorse che lascia al caso la terza categoria, quando quest’ultima potrebbe essere integrata nelle prime due, costruendo spazi maggiormente vivibili per uomo e per donna. Si tratta di scelte progettuali che permetterebbero di andare incontro a diverse condizioni di fragilità che un essere umano verosimilmente potrebbe incontrare nel corso della vita, le quali necessitano di un ambiente confortevole: disabilità, gravidanza, infortuni, fino ad arrivare alla vecchiaia.

Pur volendo cambiare contesto di riferimento, sottolinea il Presidente Trieste, ritroviamo la stessa suddivisione riscontrata nei servizi igienici pubblici, ad esempio, nella mobilità. Difficilmente i bambini con disabilità motoria riescono ad andare a scuola con lo stesso scuolabus utilizzato dai propri pari. Ancora separazioni quindi, che esacerbano la distanza tra abili e disabili, il vissuto di diversità in questi ultimi e le spese a carico di comuni e provincie.
Diversi sono gli esempi, accomunati però dallo stesso filo conduttore: la separazione degli ambienti di vita. Ciò è indicativo del fatto che le difficoltà nell’accogliere il disabile potrebbero non soltanto essere economiche o strutturali, bensì dovute anche alla carenza di una cultura dell’integrazione.

Il dubbio infatti, dal quale prende corpo questa disamina, è che forse ci sia una limitazione molto più silenziosa e discriminante di quelle che è possibile immaginare: quella riguardante il pensiero dell’uomo contemporaneo, che non riuscirebbe ad accogliere una cultura della disabilità differente, più integrativa rispetto a quella odierna, la quale è risultata oggettivamente inappropriata e dispendiosa. Perché l’uomo non riesce ad integrare la disabilità nell’immagine che ha di sé? Sarà forse perché viviamo in una società consumistica che attraverso i mass-media lascia passare un’immagine da super uomo, lontana da limiti ed ostacoli?

Può essere lo spunto per una riflessione, ma non una risposta. Una pubblicità in televisione è la fotografia di un pensiero rispetto all’uomo, ma non ne spiega né le fondamenta culturali e non può nemmeno indirizzare verso nessuna risposta spendibile in questa sede. Resta il fatto, che rimane un indicatore dello spirito sociale del tempo, rispetto a come si percepisce l’uomo. C’è da dire però, rispetto all’immagine da super uomo sopracitata, che a ben vedere l’essere umano conserva in sé un’attitudine a chiudere gli occhi di fronte alla propria finitezza ed ai propri limiti. Andando ad osservare la storia del pensiero umano, infatti, vediamo come l’uomo soffra di quello che è stato definito antropocentrismo, ovvero la tendenza a considerare l’uomo, e tutto ciò che gli è proprio, come centrale nell’Universo. Una centralità che può essere intesa secondo diversi accenti e sfumature: semplice superiorità rispetto al resto del mondo animale o preminenza ontologica su tutta la realtà, in quanto si intende l’uomo come espressione immanente dello spirito che è alla base dell’Universo. Un’immagine questa, che l’uomo ha di sé, fin troppo carente di quel senso del limite che contraddistingue la realtà del disabile.

Parliamo di posizioni filosofiche e teologiche del contesto occidentale. Da Socrate a San Tommaso è risultata essere preminente questa visione dell’uomo (Reale, G., 2000). Giordano Bruno invece contesterà la finitezza dell’universo, l’esclusiva umana dell’intelletto e sosterrà addirittura la metempsicosi. Tutto questo gli costerà la vita, vittima della Santa Inquisizione nel 1600 (Panzera, A.M., 2001)

Ma da Copernico in poi arriveranno quelle che Freud definisce le tre ferite narcisistiche che il pensiero moderno ha arrecato agli uomini ed all’antropocentrismo. Sigmund Freud infatti, sapeva bene di non essere stato il primo a sottolineare la finitezza dell’uomo, parlando di inconscio. Galimberti ricorda che con Copernico infatti, l’uomo non è più al centro dell’universo perché la Terra è semplicemente un pianeta che gira intorno al sole insieme ad altri pianeti; la seconda ferita è stata quella provocata da Darwin, che ha mostrato come l’uomo non sia una creatura che viene direttamente da Dio, ma piuttosto un animale che viene da una filiera biologica, da cui si differenzia per via evolutiva; la terza, inflitta da Freud appunto, è che la coscienza non è la sovrana assoluta, come voleva la tradizione. Egli introduce nel pensiero dell’uomo il concetto d’inconscio, limitando di fatto la determinazione volontaria delle sue azioni (Galimberti, U. , 2011).

L’antropocentrismo quindi non governa più il pensiero dell’uomo come un tempo, e probabilmente nel futuro prossimo verrà ulteriormente ridimensionato dall’importanza che stanno acquisendo alterità naturali, animali e tecnologiche, sotto l’influenza di ecocentrismo, animalismo ed intelligenze artificiali. Ciò detto, bisognerebbe riflettere sulla motivazione che porta l’essere umano a riproporre questo pensiero nel contesto della disabilità. L’impressione è che nell’epoca occidentale volta all’integrazione delle diversità, la quale non accetta più discriminazioni e barriere rispetto alla relazione con le alterità, vi siano dei contesti che portano l’uomo a riproporre lo status quo originario, nella cornice culturale attuale. La disabilità è uno di questi.

C’è qualcosa di più primitivo e viscerale, di inconscio appunto, che agisce nel profondo come forma di difesa andandosi a tradurre concretamente, nella pianificazione di servizi, in una “separazione dal diverso”.
Tornando a Freud ed al concetto di Narcisismo accennato in precedenza, vale la pena soffermarsi un attimo sul ruolo che questo assume nella nostra vita. Freud lo pone alla base del funzionamento mentale dell’individuo, come primaria tappa evolutiva presente in tutti gli uomini; parla infatti di narcisismo primario, in cui tutta l’energia psichica è rivolta su se stessi, in quanto non si ha ancora l’accesso alla percezione dell’altro come distinto da sé. L’evoluzione avviene quando l’individuo, percependo “l’altro”, lo riconosce come fonte delle sue gratificazioni; questo però comporterà l’accettare la propria limitatezza, il mettere da parte l’onnipotenza, ed il riconoscere la dipendenza come necessaria per la vita: “Un forte egoismo instaura una protezione contro la malattia; tuttavia, prima o poi bisogna ben cominciare ad amare per non ammalarsi, e se, in conseguenza di una frustrazione, si diventa incapaci di amare, inevitabilmente ci si ammala” (Freud, S., 1914).

A volte però non si riesce ad effettuare questo passaggio evolutivo, ad accettare quindi la realtà dell’altro e le limitazioni che comporta: si parla di narcisismo secondario infatti, quando l’uomo per difendersi dalla frustrazione della dipendenza, si pone al centro della sua vita negando il bisogno dell’altro, e ripiegando tutto l’interesse su di sé, alimentandosi di onnipotenza. L’uomo con una visione antropocentrica ne è un esempio. Quest’ultimo ha infatti negato per due millenni la presenza dell’ “altro”, inteso come natura, animali e persone diverse da sé, per razza, orientamento sessuale e condizioni fisiche; una separazione dalle alterità che ha assunto valenze differenti a seconda del contesto culturale e delle contingenze storico-politiche.

Laddove però diversità razziali e di orientamento sessuale sono entrate nell’immaginario del contesto culturale odierno, l’integrazione delle diversità fisiche ancora non avviene, né nell’immagine che i media propongono di noi, e neppure nella progettazione dei servizi. Probabilmente la disabilità risveglia eredità antropocentriche ponendo l’uomo dinnanzi ai suoi limiti, riportandolo verso quella dimensione di assistenza e di dipendenza che non ha mai saputo gestire nella storia. Per questo motivo, il contesto sociale odierno, oltremodo fondato sull’individualismo e sul successo a tutti i costi, non riesce ad abbracciare una nuova cultura dell’integrazione riguardo alla disabilità: questa implicherebbe riconoscere le proprie fragilità e la propria limitatezza, il che comporterebbe provare frustrazione.

L’uomo contemporaneo continua quindi a separare la disabilità da sé, dalle fotografie mediatiche del suo tempo e dagli spazi di vita comuni come avviene nei servizi pubblici, portando avanti un pensiero narcisistico che non permette infine l’integrazione della disabilità nell’immagine di sé.

*Marco Simone è Psicologo Specializzando in Terapia Familiare. Si interessa di Terzo Settore occupandosi di progettazione, disabilità e laboratori artistico-esperienziali per acquisire competenze emotive in adolescenza e nella formazione.

Bibliografia
Freud, S. , Introduzione al narcisismo. Bollati Boringhieri, 1914.
Galimberti, U. , Freud, Jung e la psicoanalisi. La Biblioteca di Repubblica, 2011.
Panzera, A.M., Caravaggio, Giordano Bruno e l’invisibile natura delle cose. L’asino d’oro Edizioni, 2011.
Reale, G., Socrate. Alla scoperta della sapienza umana. Rizzoli, Milano, 2000

Il presente articolo è stato pubblicato nei seguenti spazi di informazione:
Sito internet di Fiaba Onlus, Roma, dal 06/08/2014.
Newsletter dell’A.N.S. , Associazione Nazionale Sociologi, Roma, in data 31/08/2014 (N. 10/2014 – anno dodicesimo).
Prospettive Sociali e Sanitarie, rivista dell’Istituto per la Ricerca Sociale, Milano, Bologna, Roma, Bruxelles. Anno XLIV, n°4 Autunno 2014.

Commenti

commenti

Autore: OndeCorte

Condividi su