Lo sguardo ibrido. Intervista al regista Giovanni Coda

[Silvia Ciccu]

Intervista di Silvia Ciccu a Giovanni Coda, regista e fotografo e direttore artistico del Festival di videoarte “V-art”, che si svolge a Cagliari fin dal 1996. Autore dei film pluripremiati “Il Rosa Nudo” e “Bullied to Death”, attualmente è impegnato nella promozione del suo nuovo cortometraggio “Xavier” e nella presentazione del suo prossimo lavoro “Mark’s Diary”.

Guardando le tue opere, da quelle fotografiche a quelle di videoarte come “One Tv Hour”, fino ai tuoi film, premiati a livello mondiale, sia “Il Rosa Nudo” che “Bullied to Death”, si ha l’impressione dell’esistenza di un filo conduttore che sottende il tuo lavoro: potrebbe essere quello della perdita dell’identità e della sua disperata ricerca da parte dell’uomo contemporaneo?

Esatto, il filo conduttore di tutti i miei lavori, partendo da l’Ombra del ricordo (1994) ha a che fare con la “perdita delle varie identità di un individuo”. Che sia la perdita dell’identità psicologica, fisica o materiale, ogni mio film scava attraverso questo materiale alla ricerca, più che delle risposte, delle domande (a cui difficilmente seguono risposte) e dei “vuoti” comunicativi che determinano il senso di smarrimento dell’uomo contemporaneo.

Ci puoi raccontare la genesi de “Il Rosa Nudo” e la scelta di questo titolo?

Il rosa nudo nasce da una ricerca che stavo conducendo sulla comunità LGBT durante la repubblica di Weimar. Quando mi sono imbattuto nella storia di Pierre Seel è scattato qualcosa che mi ha impedito di proseguire l’esplorazione costringendomi a concentrare tutte le mie attenzioni su quel “ragazzo” e la sua vita. E’ stato difficile oggettivare una storia così complessa ed è stato ancora più difficile trovare un linguaggio narrativo che potesse rendere al meglio la sconfinata sofferenza, il dolore e l’illusione di riscatto che Seel ci ha trasmesso con la sua testimonianza. Il film è stato realizzato dopo una pièce teatrale (prodotta dall’Asmed) e ben tre simulazioni cinematografiche prima di battere il primo ciak della del film che abbiamo poi rilasciato nell’aprile del 2013 (Premiere nazionale al TGLFF diretto da Giovanni Minerba).

Qual è il tuo modo di lavorare sul set, e quanto contano la sceneggiatura e l’improvvisazione?

Negli anni ho sviluppato un metodo di lavoro che si è sempre rivelato efficace e produttivo. Non entro mai sul set con più di un taccuino e una matita. Non porto sceneggiatura né storyboard così come evito accuratamente di portare con me qualsivoglia tensione. In pratica non porto nulla a parte me stesso. Gli attori vengono informati delle scene qualche giorno prima e sul set non hanno modo di fare prove. Si gira anche in prova e difficilmente si superano i 5 ciak (tranne i 35 che ci sono voluti a grande Italo Medda per dare una carezza a Sergio Anrò in una scena de “Il Rosa Nudo”). Il fattore improvvisazione è fondamentale, necessario e incoraggiato. Naturalmente tutto è super visionato e guidato (verbalmente) dal sottoscritto ma senza ingerenze, senza far subire la mia presenza. L’atto recitativo, a mio avviso, ne guadagna parecchio e si elimina del tutto l’ansia da presentazione. Inclusa la mia. Ciò a cui alla fine assistiamo è un atto a cavallo fra un fedele e diligente momento recitativo classico a cui si sovrappone un imprevedibile, nonché selvaggio atto performativo, dove l’attore può (e deve) metterci parecchio del suo.

Nei tuoi lavori emergono numerosi riferimenti artistici, da Caravaggio a Gordon Matta-Clark, Eadweard Muybridge, a certo aktionismus viennese (Gunther Brus) per le tue fotografie e le architetture visive, fino a Bill Viola, Stan Douglas, Paolo Gioli per la videoarte, e ancora a Derek Jarman e Peter Greenaway e alle esperienze teatrali dei Living Theatre per i tuoi film. Puoi parlarci di come questi e altri autori ti hanno ispirato nella tua ricerca?

Nel corso della mia carriera, della mia formazione, ho avuto modo di frequentare numerosi artisti con estrazioni cultuali profondamente diverse, eterogenee e con livelli di professionalità altissimi. In questo caso, fra i tanti, mi piace ricordare Oscar Manesi (incisore) e Mario Merlino (poeta) ma anche il caro Aldo Braibanti (filosofo) e Giampaolo Berto (pittore) conosciuti tramite Leonardo Carrano. Per anni ho frequentato in privato questi artisti e frequentato le più importanti gallerie europee, direttori e curatori. Un incontro molto importante fu quello con Mark Nash che, tra l’altro, fu mio ospite a Cagliari durante una delle edizioni di maggior successo del V-art (i quel conteso Nash introdusse una parte della monografica che dedicammo a Isaac Julien). In tutti questi anni ho collezionato diverse opere e potuto approfondire generi, contenuti e “visioni” di alcuni dei miei autori preferiti. Entrano in campo quindi anche le mie “peculiarità” di spettatore e di critico. In quest’ottica trovo che alcuni lavori di Mata Clark e Bill Viola abbiamo segnato intere generazioni di registi indipendenti e di performer. Jarman e Greenaway (di cui posseggo l’intera video-filmografia) nella applicazione del decostruzionismo teso a far emergere le contraddizioni della cultura e del linguaggio cinematografico hanno spostato codici e limiti di un’arte che al momento fatica ad evolvere per via della carenza di investimenti ma anche per timidezza produttiva e avidità contributiva (che in alcuni casi è messa in forte discussione proprio dal cinema sperimentale e dai suoi nuovi codici produttivi).

Quale tipo di letteratura pensi abbia dato linfa alla tua scrittura?

Da ragazzo ho amato molto l’arte di Pierpaolo Pasolini in tutte le sue declinazioni. L’aspetto narrativo e cinematografico soprattutto. Con l’andare degli anni l’approccio con le grandi biografie/diari – tra gli altri – sopratutto quelle dedicate ad alcune delle più grandi donne/artiste del ‘900 (tra le mie preferite Frida Kahlo, Tina Modotti, Francesca Woodman, Diane Arbus ma anche quella che Deirdre Bair ha dedicato a Samuel Beckett e Pat Hackett al grande Andy Warhol) sono state fonte di grande ispirazione artistica. Ma sono soprattutto alcune mie frequentazioni tra cui quelle con Aldo Braibanti, Mario Merlino, Ana ed Elga de Alvear, Oscar Manesi, Manel Ubeda e tanti altri, che hanno permesso alla mia arte di svilupparsi e comunicare come oggi accade.

In “Bullied to Death” è evidente il peso abnorme delle aspettative sociali sulla vita del giovane protagonista e degli altri ragazzi, che li ha portati a soccombere davanti al bullismo, in questo caso omofobico. Vuoi parlare di come queste false aspettative e pregiudizi avvelenano l’esistenza, specie di chi è e si sente “diverso”?

Quando ho iniziato a programmare Bullied to Death avevo già deciso che il fulcro centrale del film sarebbe stata la storia di Jamey Rodemeyer, un caso limite. Una morte annunciata. Jamey incarna tutti quei ragazzi e tutte quelle ragazze che si affacciano al mondo con fiducia e grandi speranze ed alla fine si ritrovano difronte solo muri costruiti sull’indifferenza, sul pregiudizio e sulla totale inadeguatezza di parecchie “società occidentali civili” che non sono ancora in grado di sviluppare una reale cultura del diverso, una cultura dell’accoglienza.

 La diversità, in ogni sua forma, dovrebbe essere una risorsa e una ricchezza e come tale valorizzata, in quanto sguardo particolare sul mondo. Perché, a tuo parere, questo non avviene in realtà?

La diversità rappresenta sempre, in ogni sua forma, l’incognita e l’imprevisto. Ciò che non si può assolutamente classificare. Queste peculiarità, nel mondo reale, vengono vissute malissimo sia dalla politica che dal mondo “artistico” ad essa (purtroppo) strettamente connesso. Ogni variazione rappresenta una potenziale minaccia allo “status quo” ed oggi, specialmente in Italia e soprattutto in Sardegna la conservazione di uno stato “letargico” si è dimostrato essenziale laddove l’interesse per la ricerca e l’innovazione (applicata alla vita reale) è praticamente morto (da un pezzo) e le conseguenze (giovani generazioni in costate emigrazione e offerta lavorativa praticamente senza alcun peso specifico) sono la realtà in cui siamo immersi. Il mondo dell’arte non fa eccezione e la diversità viene livellata, al suo meglio, con la mediocrità con cui offriamo e consumiamo il nostro “prodotto culturale”.

Nei tuoi lavori sono spesso presenti degli specchi; in che modo pensi che l’arte debba riflettere la vita e confrontarsi con la realtà? E in che modo il vissuto quotidiano, dal canto suo, può essere a sua volta influenzato dall’arte?

L’arte si nutre di quotidianità, non potrebbe essere altrimenti. Una volta che l’artista si reputa appagato questo restituisce alla realtà la propria personale visione. Uno scambio “equo e solidale” nel senso che la realtà filtrata attraverso l’arte assume un carattere “consapevole” .

Raccontaci com’è nata l’idea per il tuo cortometraggio “Xavier” e il suo sviluppo. Si tratta di un film sull’amore senza tempo e sul rifiuto di una facile caduta nell’odio e nella violenza. Penso che ci sia un gran bisogno di opere come questa nell’attuale panorama internazionale. Quali corde pensi che possa toccare “Xavier”?

Il progetto di realizzare un film sulla storia di Xavier è nato nel momento in cui ho assistito ai funerali di stato, nel momento in cui Etienne Cardiles leggeva, difronte a tutto l’establishment politico francese, la lettera che in seguito è diventata virale. Una lettera carica di tensione e di dolore, ma al contempo una dichiarazione d’amore d’altri tempi, colma di un romanticismo senza confini. Rimasi molto colpito da questo evento e riprodurre quel dolore/amore in un film è stata la conseguenza logica per chi come me è abituato a trattare argomenti come questi. In otto minuti abbiamo condensato un amore, il film ci rende l’immagine di quello che sarebbe potuto essere e che non sarà mai più. Credo che il film sia destinato ad un pubblico ampissimo, forse per la prima volta nella mia corposa filmografia, ho realizzato un film che ha le potenzialità di raggiungere davvero tutti.

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Autore: OndeCorte

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